… e a proposito di recensioni e scritti vari di Matteo Ottonello; non è di oggi la suggestiva idea di cercare, nell’esprimersi, sensazioni analoghe tra colore e suono.
Il toccare i sensi e provocarne particolari reazioni, riferimenti chiaramente collegati tra pittura e musica, è un “esercizio” al quale si guarda con qualche diffidenza, diffidenza che nasce dal fascino misterioso insito nella prova stessa.
In Ottonello questa costante è talmente viva che è difficile dire se egli è un musicista che dipinge o un pittore che suona.
E’ certo, comunque, che i suoi sono quadri …”suonati”, quadri dove i timbri i toni, i ritmi, potrebbero essere benissimo tradotti su uno spartito.
Non per confusione linguistica, ma per l’uso di elementi presi in prestito dalla realtà e gettati nei vortici di uno spazio che certamente nasce dall’aver guardato i simbolisti e i futuristi.
Avviene allora, che questi elementi di realtà si frantumano in luce simbolica e si dispongono in moto di astrazione perpetuo, ossessivo, che muove tutti gli spazi del dipinto come se la tela celasse una macchina, la cui forza motrice fosse costituita ora dal candore, ora dall’incanto, ora dalla paura, ora da cadenze musicali.
E’ come se racconti assurdi prelevassero dal mondo dei sogni tanti oggetti e li gettassero nella grande màcina della luce, per poi restituirli alla tela secondo una sequenza di impulsi musicalmente irrefrenabili.
Tra questi simboli, questi sogni, questi divertimenti e questi timori, Ottonello si guarda attorno, con la coscienza di chi sta cercando un proprio modo di “parlare” e, quindi, di essere, senza sussiego e senza presunzione, ma con l’umiltà di cercare qualche chiarezza nella nebbia di una condizione di isolato che egli vive quotidianamente nello stordimento dei suoni e dei colori.
Febbraio 1984


MATTEO ED ORFEO
Al Salon del Café de Montparnasse, alla vernice della personale di Matteo, sono presenti tutti i grandi della pittura.
Kandinsky si aggira con aria indispettita e, con l’accento aspro, ripete: “M’ha rubato l’azzurro, m’ha rubato l’azzurro !”.
Picasso, il vate, circondato da giornalisti ingordi, dall’alto della sua apparente presunzione, fa larghi cenni di assenso e trova nel Gris dell’”Omaggio” un singolare punto di riferimento; forse per via del colore e per quell’immagine che sempre affiora dal libero balletto cromatico. Klee, in disparte, osserva e pensa a quando soleva ripetere: “Io sono astratto con qualche ricordo”. A quando sosteneva, non amando, in fondo, distinguere tra opere astratte e figurative, che le sue immagini hanno sempre un significato simbolico e non imitativo. Matisse, col fido Marquet, spiega ad un gruppo di amici, tra cui un frastornato tardoimpressionista, che, senza l’esperienza fauve, non sarebbe possibile, oggi, vedere quadri come questi. Il brusio generale, improvvisamente, s’interrompe.
Ricevuto da Apollinaire e Delaunay, naturali padroni di casa, compare Orfeo, il mitico, l’oratore invitato ad inaugurare la Mostra. “Matteo ed Orfeo” questo, dice, potrebbe essere un titolo per un’opera lirica, basata sul contrasto dinamico dei colori e delle luci, una pittura di movimento, nuova, in grado di evocare una visione interiore dell’universo della vita. Ricordando la serie delle “Tour Eiffel” di Delaunay e la rotazione dei cerchi cromatici di Sonia, lontane dal dinamismo boccioniano, decisamente più materialista, sottolinea come, in Matteo, le radici realistiche, pur larvate, non sappiano di analisi o descrizione ma vengano frammentate ed assorbite dal ritmo incessante dei colori, con le loro qualità dinamiche e costruttive, e dagli effetti di mobilità della luce.
Suggestioni che esprimono spiritualità ed emozioni simili a quelle della musica. Esiste un legame strettissimo tra musica e pittura che, per Matteo, come tutti sanno, non è casuale ed è ancora più significativo se messo in relazione alla sua profonda conoscenza della fisicità dei pigmenti. Suonare è, per lui, sinonimo di dipingere, o viceversa. La memoria è lo strumento dal quale scaturiscono le note che, incalzate da altre, amplificano i ritmi, come un bimbo che gioca e, per un attimo, confonde il proprio riflesso nei cerchi sfuggenti provocati dal sasso gettato nello stagno.
Matteo è, dunque, un “astrattista cromatico”, che allenta la realtà nell’atto della creazione, recuperando i valori pittorici col desiderio di riallacciarsi alle proprie radici.
Estremamente illuminanti sono le parole di Albers, secondo cui il fenomeno cromatico, fin dal suo primo apparire, si modifica da evento naturale a fatto culturale, diventa segno e si sgancia dalla sua effimera materialità
Nel pronunziare quest’ultima frase, Orfeo, il mitico, che con il suo canto divino animava le forme della natura e rompeva le leggi eterne della morte, svanisce in un fragoroso battimani, mentre Kandisky, col suo francese in odore di steppa, ancora borbotta: “M’ha rubato l’azzurro, m’ha rubato l’azzurro !”.
da “ LE FIGARO IMAGINAIRE “.
ARTURO VERCELLINO – Acqui Terme – 1994
IL COLORE E’ SUONO – IL SUONO E’ COLORE (versione ritoccata)
Non è una frase coniata da me: l’ho sentita molti anni fa e… me ne sono convinto… l’ho fatta mia; è diventata una mia ragione di vita.
Il colore, prima ancora di diventare elemento caratterizzante gli oggetti, già di per sé … “è una entità autonoma, un fatto espressivo, una fonte di energia” … esattamente come un suono, prima di diventare nota musicale.
E’ abbastanza facile, anche se molto soggettivo come processo, associare un suono cupo ad un colore cupo, un suono ed un colore brillanti, creare connubi aspri, dolci, delicati, deliranti, teneri, agghiaccianti, ecc., facendo uso di suoni e colori.
Ed è la cosa mi affascina molto, con un solo rammarico: non essere in grado di “manipolare” il suono allo stesso modo del colore. I miei suoni, infatti, il mio universo musicale è “limitato” al ritmo, al metro, al timbro e alla dinamica, fatti precipui dell’ambito percussivo.
Non è che ciò non mi sia utile per la composizione pittorica, al contrario: forse è uno stimolo ancora più grande in quanto mi consente di “ritmare”, “metrizzare”, “timbrare” e “dinamicizzare” l’accadere cromatico.

Ancora a proposito di recensioni e scritti vari di Matteo Ottonello; “Melodicità”, “armonicità” e “tonalità” entrano comunque prepotentemente in gioco non appena “poso” le mani sulla tavolozza, rendendomi immediatamente partecipe di quel mondo polivalente e affascinante che si chiama “pittura”, mondo fatto di “climi” frenetici ed estatici, di soffici velature e di corposa materia, di trasparenze e di fluttuazioni di energia che tutto avvolgono, imprigionano e liberano, senza soluzione di continuità: solo per il puro piacere di fare – appunto – pittura.
Ecco la cosa che più mi affascina e mi coinvolge: trovare, all’interno del mondo cromatico/compositivo, i nessi, i rapporti sempre mutevoli tra l’uomo e il mondo; il senso della libertà, inteso come partecipazione e non come fuga; l’equilibrio supremo come “somma” di tanti squilibri interni; la ricerca introspettiva dell’io assoluto, non frenata da costrizioni di sorta.
Molte volte sono stato definito “il pittore che suona” e la cosa non mi è mai dispiaciuta: ciò significa che la ricerca che sto portando avanti può essere recepita, sia come fatto strettamente culturale, sia come veicolo di comunicazione a livello sensoriale.
Pittoricamente mi ritrovo e mi riconosco nelle atmosfere del cubismo orfico, in codesto suo linguaggio fatto di “cromatismi dinamici”, con varianti “protese” sia verso il simbolismo, sia verso le più recenti aperture apportate dell’astrattismo.
Il “clima” musicale che mi stuzzica maggiormente è quello che il grande Coltrane ha saputo creare con le formidabili performances del suo quartetto anni sessanta: esse mi parlano di un rapporto profondo con la vita; in esse avverto tutto: la rabbia della condizione dello schiavo, quindi dei conflitti umani forse mai sanabili; la piena coscienza di far parte di una grande società in trasformazione; la grande determinatezza della ricerca propedeutica alla gioia estrema del far musica; la profonda ed universale convinzione spirituale.
E avverto, di contro, la tristezza del sentire la “propria” vita troppo breve, troppo precaria, in rapporto ai grandi problemi dell’umanità e dei relativi quesiti ancora irrisolti.
A questo punto subentra il colore, il colore come componente di un universo espressivo complesso ed articolato; e subentra, con esso, la ricerca appassionata e sistematica delle sua leggi, dei suoi “metri”, delle sue “dinamiche”, del suo essere, insomma, individualità totalmente autonoma e costituita.
Una ricerca condotta in sintonia con il clima coltraniano (come una sorta di afflato vitale) ove l’improvvisazione si erge, sovrana, a testimonianza della potenza mentale umana che, all’interno di un componimento logico, ferreo, equilibrato, lancia, senza sosta, i suoi messaggi di vita e d’amore.
Matteo Ottonello, agosto 2000

L’arte di Ottonello esprime con intensa fantasia pittorica il fluttuare del tempo che va di continuo oltre se stesso e si rinnova superandosi;
conferisce al colore la vibrante vitalità del suono musicale che dal tormento della dissonanza esplode nell’armonia;
riporta all’unità dello spirito la frantumazione dei modelli della nostra età così scompigliata.
E’ una pittura intrisa di luce, che coinvolge la storia come un divenire senza fine, dove l’angoscia del presente brucia l’angustia chiusa del passato e si placa nel sereno dell’immensità del futuro.
GEO PISTARINO – Acqui Terme, 1995
LE SFERE PENSANTI
Immaginare l’interezza del nostro corpo, come una sfera pensante:
l’insieme delle cellule che compongono il corpo,
danno vita ai pensieri…
Ognuno, una sfera pensante, gli esseri viventi si incontrano
come onde musicali, un ritmo variabile si infrange quotidianamente
sul nostro corpo, debordando nelle insenature, penetrando i pori.
Siamo noi esseri sensibili, alla musica del mondo.
QUALE ESSA SIA, NON CE NE IMPORTA ALMENO UN POCO?
In questo riesce visibile l’intuizione dell’amico Matteo che, forse digiuno
della compenetrazione delle sfere nell’esistente le ha mirabilmente tradotte sulla tela: una intuizione che rivela quanta verità c’è nel pensare se stessi e quel che ci circonda:… un insieme di sfere pensanti… l’armonia universale che si dispiega intorno.
Il tentar di far riaffiorar qualcosa che smuove le emozioni, oltre al rappresentare, al simboleggiare. Il disincagliarsi dei colori come per promuovere emozioni, non semplicemente bolle di sapone ma intersecare di cerchi, globi, mondi sempre nuovi che non si rompono nell’incontrarsi, rivelano buone intenzioni, fondamenti per nuove costruzioni, vibrazioni appena contenute nella ristrettezza della cornice…
Non è immaginazione: la realtà non è oltre la nostra capacità di capire, lastanchezzadeinostrisensi…sì! DELIMITIAMO IL NOSTRO DESIDERIO DI AVVENTURARSI NEL CONOSCERE COME DELIMITIAMO LE POTENZIALITA’, NOSTRE, DEGLI ALTRI, vogliamo delimitare l’universo, NOI, rari intelligenti conosciuti in questo groviglio di globi che intersecano nell’universo e inventiamo il caos là, dove non siamo capaci di vedere l’armonia, poiché non cade sotto modelli certificati, eppure ogni essere vivente porta con sé la memoria di quei primi momenti in cui il vivere ha avuto senso compiuto!
Le gocce d’acqua, nella loro rotondità, impregnano gli esseri viventi, danno forma ai laghi, ai mari, scorrono nei fiumi; tante piccole sfere penetrano la vita.
Le esistenze si compenetrano vicendevolmente: l’importante è accorgersene, ed essere protagonisti dei nuovi ulteriori sviluppi.
ENRICO SCARSI
Acqui Terme, febbraio 1995

Il fumo, la spossatezza
L’energia, la follia
Il fumo, la spossatezza
L’energia, la follia
Note che rimbalzano
Sul pavimento
Come una cascata di
Perle
Il bianco, Il nero
Sfumature di grigio
Se fai gli errori giusti
Puoi anche sbagliare
Una vita intera
Il bianco, Il nero
LUIGI FERRANDO – agosto 2013

IL RITMO DELLE LUCI
Appena ci avviciniamo ai vivacissimi dipinti di Ottonello, un groviglio di luci ci avvince, una giostra di immagini ci attrae e un ritmo vorticoso di colori colma il nostro sguardo. Un turbine di immagini, una città che si scopre e un susseguirsi di personaggi che si manifestano e insieme si nascondono.
Colori come bandiere, riflessi densi e morbidi, cosmiche circonferenze che distinguono e movimentano i soggetti. Dai dischi astratti ispirati al grande sogno di Delaunay, alla raffigurazione mimetizzata della sua amata città, dai ritratti di alcuni grandi protagonisti della musica jazz, al tepore vivace delle nature morte, è quasi sempre questo turbinìo di luce che compone i suoi movimentati giochi.
Una luce densa ed improvvisa, sopra ininterrotti movimenti timbrici, come riflessi di cristallo; ed è attraverso la sapiente lente del suo occhio che Ottonello scompone e ricrea la realtà: rimodulando gli spazi, sovrapponendo gli oggetti, intersecando i piani: ripristinando e riordinando un infinito materiale storico – dal Cubismo, all’Orfismo, all’Astrattismo – e inventandosi ancora innumerevoli, inesauribili forme.
Giostre sinuose, modulati suoni, ritmi sovrapposti in un libero e fantasioso sincretismo. Sparsi fuochi, poliedrici punti di vista che si fondo in un arcobaleno di liberi tasselli colorati. Riflessi dorati, riflessi teneri e cangianti percorsi da un fluido musicale che riverbera i suoi segni in coriandoli d’immagini.
Ampolle di suoni, circonferenze di cristallo, lenti variopinte, su cui il filo della luce tesse, ancora fiducioso, il tappeto del mondo.
PAOLO REPETTO
Acqui Terme, 1985

MATTEO OTTONELLO, Jazz Painting
La pittura, la scultura, la musica ed ogni altra forma non sono altro che mezzi per riuscire a comunicare all’esterno le sensazioni vissute dall’artista. E’ il tramite per trasferire agli altri quelle emozioni che altrimenti rimarrebbero relegate nel privato non potendo così arricchire l’altrui sensibilità.
Per questo il vero artista difficilmente è limitato ad una sola di queste tecniche espressive; utilizza, come strumento per il proprio sentire, quella che in quel momento ritiene la più adatta, la più naturale, la più immediata.
Matteo Ottonello è un apprezzato musicista jazz che sostituisce alle volte le bacchette della batteria con i pennelli, ottenendo risultati egualmente felici e originali.
I ritratti dei grandi della musica prediletta sono a prima vista fotografici, quasi a voler dimostrare il grande rispetto, la volontà di non interpretarli più di tanto, tributando loro la timorosa devozione dovuta ai capi-scuola.
L’espressione dei solisti a volte profonde sofferenza, a folte sforzo, a volte grande serenità; stati d’animo e fisici molto differenti tra loro ma concatenati indissolubilmente; senza uno di questi non si potrebbe parlare di jazz.
Ma musica si respira anche nei suoi coloratissimi olii, in cui ogni pennellata è come una nota ben suonata che, da sola avrebbe ben poco significato ma che, unita a tutte le altre, produce quel miracolo compreso da tutti i fruitori, “leggibile” immediatamente, in maniera automatica: è poesia, è pittura, è musica, è arte.

L’insieme dei tratti cromatici sembra quasi voler nascondere il vero soggetto di ogni quadro; non quindi, un assolo che emerge dal contesto musicale, ma un pezzo d’assieme in cui ogni elemento ha la stessa importanza. Senza il valore della “ritmica”, il “solista” non potrebbe mai esprimersi al meglio e il solista che copre gli altri musicisti non ha capito il vero significato del jazz.
Questi dipinti esprimono benissimo la filosofia di un vero jazz-man che per nulla al mondo vorrebbe emergere a scapito dei suoi compagni di ventura.
Ed è quindi giustissimo che l’elemento centrale di queste immagini realizzate da Ottonello sia da cercare, quasi da scovare, ben protetto da quelle che solo apparentemente sono immagini di accompagnamento. E’ un ulteriore voler legare il suo modo di pensare alla musica con la sua innata capacità di esprimersi anche attraverso la pittura.
FURIO FOSSATI – Genova 1995
VISI E DUALITA’
Ogni sguardo è un’attesa
Ogni occhio è un silenzio
Ambigui ed enigmatici, i “visi” di Matteo Ottonello si offrono, spalancati, nella loro dualità.
O emergono a stento dal groviglio di segni che vogliono condannarli all’oblio.
O si immergono in quella morbida lana cromatica,
con voluttuosa dimenticanza.
Se mai si parlassero, sarebbe – credo – dialogo senza parole, consumato nell’attesa di una risposta.
Se mai ci parlassero,
sarebbe silenzio,
il nostro.
ogni occhio si dilata.
Proprio come le parole non dette.
E comunque non parlate mai agli specchi.
C’è sempre il rischio che vi rispondano.
LUIGI FERRANDO – agosto 2013

IMPROVVISI
Frammenti di idee
Sprazzi di pensieri
Virgolette, serpentelli
Curve larghe, lunghe
Strette…
…Tasselli
Giochi cromatici
Giochi atmosferici
Trasparenze e fluttuazioni
Essenze di luci
Raccolta di emozioni
… entro l’universo
Delle mie pulsioni
Indagare
senza tregua
la materia pittorica
da stendere…
conformare
… plasmare
nella continua ricerca
… appassionata
quasi frenetica
di connessioni
e accostamenti
…di dissonanze
e repulsioni
di immediatezza
e spontaneità
sviscerare le casualità
offerte dagli intrecci
di segno e colore
esplorare le potenzialità
del pensiero
che domina il gesto
… guida la creatività
… gestisce l’umore
Giocare
con le proprie conoscenze
approfondire
le proprie competenze
cimentarsi
con nuove trasgressioni
al solo fine
di ricercare
… e di produrre
nuove sensazioni
Matteo – Ponte X- 29/08/13

Ottonello oltre che all’attività pittorica si dedica all’attività musicale e questo binomio è l’effetto più appariscente, la sensazione più immediata che si sprigiona dai suoi lavori. Le sue immagini hanno origine da un mondo di forme e di suggerimenti formali, ma si presentano come attimi, piccoli spazi temporali in cui sono fissati i fenomeni e le continue variazioni che si producono attorno al soggetto prescelto. E’ il soggetto che con le sue azioni emana, ed è avvolto in un turbinìo morbidissimo di accordi aspri e dolci, di conflitti di segni che lo allontanano dalla realtà.
Tasselli colorati e segni curvi si intrecciano, divenendo segni e parole, suoni e linguaggi.
Sensazioni tradotte con una pasta pittorica vellutate e luminosa, dai colori preziosi, che ricordano le scaglie e i sigilli di certi lavori secessionistici di Klimt.
RINO TACCHELLA – giugno 1984
