Parliamo un po’ del mio rapporto con l’arte: per me l’arte è vita; mentre si può essere creativi senza far arte, non è proprio possibile far arte senza essere creativi: il famoso detto “impara l’arte e mettila da parte” per me non ha alcun senso, in quanto io vivo per l’arte e nell’arte: arte come espressione somma dell’animo umano, come processo creativo che accomuna noi uomini; in grado di farci crescere in simbiosi ed in armonia con tutto ciò che ci circonda; e come opposizione alla violenza e ai soprusi; nel corso della mia vita, sono stato definito un artista “poliedrico”, o “eclettico” che, non necessariamente, significano la stessa cosa; poi, da non molto, ho scoperto il termine “multipotenziale” che, penso, mi si adatti perfettamente, in quanto, al di là di tutti gli interessi che posso avere, 3 sono quelli che “pratico” concretamente; mi piace, invero, anche la danza, che è il “movimento” abbinabile sia alla musica che alla pittura; conseguentemente non disdegno scenografia e coreografia, rispettivamente legate all’arredamento teatrale e alle composizioni di figure in movimento; poi c’è la fotografia e quindi la cinepresa, questa seconda discendente da quella, per non parlare della scultura, che però non ho mai praticato; letteratura, prosa, poesia, drammaturgia, recitazione e tutte le altre forme di espressione esercitano ovviamente un loro fascino su di me, ed anche una certa curiosità di comprenderne il messaggio.
Amo dipingere di notte: di notte c’è silenzio… passano poche auto… non ci sono rumori di cantieri e vociferare di umani… mi metto un po’ di musica: una sinfonia (magari la 4a di Malher) o un quartetto d’archi di Beethoven, o Coltrane… a seconda della vocazione del momento …e il loro ascolto mi aiuta sotto l’aspetto creativo. Posso concentrarmi sulle evidenti analogie che i due ambiti esprimono singolarmente pur nel loro interagire: se dipingo un paesaggio con laghetto ove si riflettono alberi e montagne il quartetto d’archi è l’ideale, per via della sua “compostezza” strutturale, della ricerca infinita di sfumature e di soluzioni cromatico-armoniche sempre cangianti e stimolanti; la sinfonia si addice di più a composizioni di grande formato, in un racconto pseudo-figurativo basato sulle mie solite forme rotonde sprigionanti movimenti avvolgenti, che spaziano da corposi effetti cromatici a terse atmosfere di sottofondo; le atmosfere magmatiche di un John Coltrane “maturo” ed i soli poliritmici di Elvin, incentivano infine gli aspetti più improvvisativi e “grovigliosi” della serie astratta; serie dove il jazz entra in maniera preponderante nel colloquio con la materia pittorica, in un dialogo interattivo a 360 gradi.
Elvin Jones, con il suo drumming innovativo ha scatenato in me – a partire dagli anni 80 – la voglia di esplorare, “penetrare” e cercare di “portare avanti” – a titolo squisitamente personale – il linguaggio batteristico da Lui impostato già nei primi anni 60; ho ritenuto doveroso, in tale ottica, tributargli un omaggio in video che è presente in codesto mio sito alla pagina “attività musicale – concerti ed eventi”; quando mi siedo alla batteria e approccio un assolo “libero”, entro nel mondo della creatività pura, nella ricerca di timbri, figure, sequenze, aspetti melodici e poliritmici… colpi di piatti, guizzi… lampi sonori ….vibrazioni di pelli… sensazioni molto simili a quelle ricercate nel dipingere un quadro astratto… un mio “improvviso”… o un mio “groviglio”.
Ed è per questa “dualità” in stretta simbiosi interattiva che sono stato definito “il pittore che suona”: un musicista che “suona con i pennelli”; un pittore che “dipinge” con le bacchette.
Faccio tutto ciò senza minimamente preoccuparmi dell’aspetto commerciale dei miei prodotti…: so che incontrano il consenso del pubblico: chi mi ascolta suonare rimane coinvolto dal mio drumming estroverso e propositivo; e chi osserva i miei dipinti, in genere ne “coglie” il senso della dinamicità e del flusso cromatico, apprezzando in essi la qualità del disegno e del colore.
Se all’interno dell’ambito pittorico, dunque, esprimo l’aspetto multipotenziale nel trattare argomenti (ossia “soggetti”) molto diversi tra loro, situazione antitetica avviene in quello musicale ove, da 50, anni suono solo jazz…; è stata una scelta oculata, maturata dopo 8 anni nei quali ho suonato un po’ di tutto: dalla musica da ballo anni 60, al pop-rock, al repertorio per grande orchestra; ma è con il jazz che ho trovato la mia giusta dimensione musicale come batterista; non amo il ruolo di mero accompagnamento che troppo spesso viene affidato alla batteria; mi sembra di sminuirne le infinite intrinseche potenzialità… ricordo quando “tenevo il tempo” delle varie canzoni che vedevo in tv, percuotendo il divano di casa con due pseudo-bacchette di resina (n.b.: avevo 11 anni); ebbene, tutti i batteristi che si vedono in oggi in tv, in pomposi mega-concerti entro mega-palchi ridondanti di effetti sonori, luminosi e… fumogeni di ogni tipo, non fanno molto di più: hanno solo strumenti appariscenti, spettacolari, iperaccessoriati, ma sono “costretti” entro ritmi e strutture tendenzialmente semplici, al limite del banale, che poco hanno in comune con l’idea di creatività che io ho e che, penso, dovrebbe essere – oggettivamente – un fatto peculiare della batteria (e non solo di quella).
Discorso un po’ differente va fatto per l’architettura; architettura come arte del costruire; architettura che, nella sua eterogenea complessità, può anche assolvere il compito di “ospitare”, “racchiudere” molte delle altre manifestazioni artistiche.
Fare arte facendo architettura è molto più complesso e più impegnativo, sia dal mero punto di vista tecnico, che dal fondamentale punto di vista sociale e civile. Posso creare davanti ad una tela o seduto sulla batteria in pochi secondi, in modo molto spontaneo ed immediato – sempre, beninteso, sulla base di un substrato di acquisizioni ed esperienze maturate in anni di attività – ma non posso fare altrettanto di fronte ad un quesito concernente il progetto di un edificio, o qualsiasi altro lavoro di competenza dell’architetto; qui si rende necessario un iter procedurale che – pur potendo comprendere un’intuizione, un’idea immediata, quale spunto iniziale – deve giocoforza basarsi su presupposti operativi e metodologici al di sopra di ogni singola individualità. per non cadere in un arido soggettivismo il più delle volte lesivo nei confronti della realtà ambientale.
Mentre è facile “liberarsi” di un dipinto fatto male, ridipingendoci sopra e/o, al limite, staccando la tela dal muro, riponendola in uno sgabuzzino o buttandola via, un po’ più complesso appare il problema al riguardo di un edificio fatto male… non è così facile disfarsene con la stessa immediatezza. E la creatività, nel fare architettonico, sta proprio nel saper riconoscere, attraverso la lettura, le qualità ambientali del luogo in cui si opera, al fine di esaltarne le specificità in sede propositiva, innescando in tal modo quella continuità di linguaggio che è l’essenza stessa della civiltà. Per abitudine acquisita da ormai 40 anni, leggere il costruito è per me motivo di impegno nei confronti di una collettività che ancora brancola nel buio, alla ricerca di un giusto equilibrio tra progresso e nuova consapevolezza ambientale. Risalgono alla metà degli anni 80 due video commissionatimi dalla Provincia di Alessandria, a scopo didattico-divulgativo, intitolati, appunto, “Consapevolezza ambientale e cultura territoriale”; cui ne seguì un altro, fine anni 80, sponsorizzato dal Soroptimist Club di Sanremo, intitolato “Biografia di un territorio: Sanremo ed il Ponente Ligure” che trovate nel sito alla pagina “Architetto – Territorialista – Pubblicazioni e Video”.
Penso di aver già detto – e senz’altro ancora ripeterò – che la creatività, essendo una caratteristica precipua dello spirito umano, si ritrova in tutta l’infinita gamma dell’ operatività umana, quindi non solo nel campo artistico, anche se in quest’ultimo trova – diciamo così – la sua massima applicazione; nel mio hobby, la creatività si esplica appieno nel momento progettuale, ossia quando “compongo” un nuovo tracciato di binari, adeguandone l’idea allo spazio disponibile (come il lavoro di un “arredatore”); realizzo sempre con il disegno diverse soluzioni reali e distinte , quindi, confrontandone vantaggi e svantaggi, pervengo alla soluzione ottimale – perlomeno, quella che io ritengo tale -; la costruzione della struttura portante è un lavoro di pura manualità, così come il completamento e le rifiniture del paesaggio, anche se, in quest’ultimo, nel caso in cui esso sia inventato, cioè non riproducente un dato luogo esistente (una stazione, un tratto di linea, etc…) la fantasia può liberarsi a piacere nel comporre strade, villaggi, boschi…laghetti…e quant’altro, per il puro piacere ludico di veder girare i treni in un proprio paesaggio…”ideale”.