Prima dei 13 anni non si può dire che avessi una attività musicale vera a propria; come tutti i bambini cantavo, ballavo, giocavo… tutto rientrava nel gioco…della “crescita. Ho cominciato a cantare all’asilo, nelle recite di fine anno; si cantava in chiesa, facendo il chierichetto e servendo messa; si cantava in strada durante le processioni religiose; si cantavano, in casa, in occasione del Natale, tutte le litanie natalizie; ricordo che, nel 1958 Modugno vinse il Festival di Sanremo con “volare” e fu la canzone che cantavo di più; durante il periodo delle medie (1962-1965) si cominciò a capire cosa fosse lo studio della musica e ci si orientò verso gli strumenti più popolari – che sono gli stessi di adesso – ossia la chitarra, la pianola e la batteria.
L’educazione musicale non era comunque la mia materia preferita; mi piaceva di più l’educazione artistica e, ancor più, la geografia; all’età di 12 anni conobbi Ivano Ponte allora studente privato di chitarra classica; di qualche anno più vecchio di me, Ivano lavorava in un laboratorio di oreficeria e alla sera imbracciava la chitarra e studiava i classici: Sor, Tarrega, Giuliani, etc; andavo sovente a casa sua, dopo cena e mi gustavo quei bellissimi studi: era musica rilassante e coinvolgente; un pensiero allo studio della chitarra classica lo feci, anche perché Ivano mi procurò uno strumento da studio – al quale allargò lui stesso il manico – ma presto mi resi conto che l’impegno sarebbe stato troppo gravoso per me, tenuto anche conto che, nel frattempo, mi piaceva percuotere il divano di casa, emulando i batteristi che vedevo in tv, munito di due pseudo-bacchette che altro non erano che due cime in resina di vecchie canne da pesca di mio padre; e così, prima di arrivare su una batteria “vera”, o qualcosa che le assomigliasse, fu il divano di casa la mia palestra per l’allenamento, poi venne il giorno fatidico in cui mi proposi come batterista per formare il primo “complesso”: era la primavera dell’anno 1966 ed avevo appena compiuto 14 anni; giocando al biliardo con due compagni di classe e sentendo che erano alla ricerca di un batterista, presi la palla al balzo e mi proposi all’istante, senza pensarci minimamente; e così iniziò l’avventura del “complessino”: ricordo un locale poco illuminato con una presa elettrica … due chitarre – elettriche ovviamente – che presto divennero 3 ed una serie di bidoni di detersivo vuoti (un classico) che fungevano da rudimentali tamburi; un piccolo passo avanti rispetto al divano…i pezzi che si suonavano erano estremamente semplici: duinati e terzinati con pochi accordi di base: nel 1966 scalò la classifica delle hit parade “La bambolina che fa no, no, no” di Michel Polnareff: LA-RE-SOL… chiunque poteva suonarla, tanto era semplice, ma d’effetto; per un batterista poi, anche se alle prime armi, era facile “accompagnarla”: “tun-tatuntun-ta-tun-tatuntun-ta…etc” anche con le relative, immancabili, “rullate”.”ta-pa-ta-pa-ta-pa-ta-pa-tun”…





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